Il logo ricorda quello di un marchio noto: è contraffazione

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 42913/11; depositata il 21 novembre)

L’indicazione di un segno distintivo posta sull’etichetta di un prodotto sul quale è impresso un logo simile a quello di un marchio noto non esclude l’idoneità dello stesso a ledere l’affidamento del pubblico. Così afferma la quinta sezione penale della Corte di Cassazione nella sentenza n. 42913/11 del 21 novembre.
Il caso. Di professione fa il commerciante e vende intimo. Tra la merce che offre al pubblico ci sono anche delle magliette e degli slip. Sull’etichetta si legge che sono prodotte da “Quintessenze”, marchio sconosciuto ai più. Quel che però attira lo sguardo è il disegno impresso di un coniglietto. Impossibile non pensare a Playboy. Del resto il logo è davvero molto simile, forse troppo. Così scatta la condanna per aver detenuto per la vendita dei prodotti con un marchio contraffatto. La pena inflitta è di 20 giorni di reclusione e 300 euro di multa.
Il bene tutelato è l’affidamento della collettività. Il commerciante ricorre allora in Cassazione lamentando una violazione di legge per insussistenza dell’elemento oggettivo. A suo dire, la reale provenienza della merce è palese essendo indicata dall’etichetta. Di conseguenza il suo comportamento non sarebbe tale da mettere in pericolo l’affidamento altrui. A voler concedere qualcosa si potrebbe configurare una mera imitazione del coniglietto, ma questa costituirebbe una fattispecie di reato diversa da quella per la quale è stato condannato.
La giustapposizione di un’ulteriore indicazione può non escludere la lesione dell’affidamento. La Suprema Corte rigetta però il ricorso rilevando come l’applicazione del segno “Quintessence” sull’etichetta riguarda le modalità di fabbricazione e, anche se utile ad identificare la provenienza del prodotto, ha una assoluta irrilevanza ai fini commerciali.
La contraffazione deve essere idonea a trarre in inganno la generalità dei cittadini. Sicuramente la presenza di un doppio marchio può determinare qualche sospetto circa l’originalità del prodotto in colui che procede all’acquisto, ma, come ribadisce la Corte, la tutela della buona fede offerta dalla norma penale «non è rivolta in favore di chi contrae con l’autore del reato, bensì nei confronti della generalità dei soggetti possibili destinatari dei prodotti effettivamente provenienti dalle imprese titolari dei marchi e, mediamente, nei confronti di queste che hanno interesse a mantenere certa la funzione del marchio come segno di particolare qualità e originalità della propria produzione».
Nel caso specifico le risultanze processuali hanno dimostrato come la contraffazione fosse idonea a trarre in inganno il pubblico.

Dettagli Stefano Carriero